Identità, coscienza e scrittura come atto di liberazione
Io sono altro.Viviamo in un mondo fatto di codici, di continue conferme inutili, di aggiustamenti costanti e di comunicazioni confuse.
Un mondo dominato dal frastuono, dal fraintendimento, dalla frammentazione e dall’incertezza.
Un mondo in cui sembra contare solo ciò che ha un valore economico, mentre tutto il resto viene progressivamente svuotato di significato.
Io, in questo mondo, non mi riconosco.
Di tutto questo io non me ne faccio niente.
La mia coscienza mi isola, perché esprime una realtà diversa. Una realtà fatta di amore e di passione, ma anche di sofferenza e fragilità. Una realtà in cui il divino e l’umano non sono separati, ma convivono, si identificano e lottano insieme. Lottano per la pace, per la liberazione da quelle forze oscure che ci dividono, che ci spingono alla distruzione e all’autodistruzione.
Alla ricerca di un’armonia ormai perduta, che riesco a ritrovare solo per brevi istanti nella musica e nella natura, io urlo a gran voce la mia estraneità. Urlo il potere dell’intenzione, la possibilità di scegliere e la capacità di agire per il bene.
Per questo non mi interessa la sorte della specie homo, né la sua ostinata volontà di distruggere sé stessa.
Io sono altro.
Chi sono
La domanda, a questo punto, è inevitabile: chi sono?
Sei mila anni fa, i primi testi sacri indù spiegavano già cos’era l’essere umano e come potesse raggiungere l’illuminazione. Le risposte sono lì, nelle antiche scritture, per chi ha il coraggio di cercarle.
L’essere umano non è ciò che crede di essere.
È qualcosa di molto più semplice e, allo stesso tempo, più profondo.
Immaginate una lampada a fibre ottiche: al centro c’è una fonte luminosa, e le fibre trasmettono la luce tutt’intorno. Questo siamo noi. Fibre ottiche attraversate da una luce che non è nostra, ma che possiamo scegliere di lasciare fluire.
Raggiungere questo grado di consapevolezza significa estrarre, da un essere imperfetto e fragile, la sua parte divina e renderla visibile al mondo. Quando accade, molte cose perdono improvvisamente importanza: le relazioni basate sull’interesse, i discorsi vuoti, le aspettative altrui, la carriera, il desiderio di potere e di dominio.
Si sciolgono come neve al sole.
Non sono più seducenti.
La libertà che non può essere controllata
Quando si arriva a questo livello di consapevolezza, rimangono solo due cose: l’osservazione e l’insegnamento.
Una persona così non può essere controllata. È fuori da ogni schema, ed è proprio per questo che fa paura al potere costituito. Non crede più alle bugie che ci raccontiamo ogni giorno, non si lascia incasellare, non può essere manipolata da nessuna religione, da nessun partito politico, da nessuna ideologia.
Nel migliore dei casi viene isolata, ridicolizzata, denigrata.
Nel peggiore, quando la sua influenza diventa significativa, viene eliminata.
Io sono una delle tante fibre ottiche che trasmettono la luce. Ma, a differenza di molte persone, ne sono consapevole. E questa consapevolezza è fondamentale, perché libera dalla spirale della violenza e riavvicina alla fonte luminosa.
Come scriveva Shakespeare, la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni.
La mia storia: studi, lavoro e scrittura
Sono nato ad Aosta il 9 giugno 1966.
Mi sono laureato in Storia contemporanea con una tesi sul movimento ambientalista, oggi conservata presso la biblioteca del Museo del Risorgimento di Torino.
La scrittura è sempre stata il mio modo di osservare il mondo e di restituirlo. Sono l’autore di Föhn, un giallo ambientato in provincia che ha ottenuto un buon riscontro di critica, anche se meno di pubblico, essendo stato pubblicato da un piccolo editore. In seguito, i diritti dell’opera sono stati venduti.
Dopo quell’esperienza ho lavorato come giornalista, arrivando a ricoprire il ruolo di caporedattore di un quindicinale d’informazione. Successivamente sono stato assunto in biblioteca regionale come catalogatore. Tuttavia, poiché tendevo più a leggere i libri che a catalogarli, sono stato trasferito in consultazione, dove lavoro tutt’ora.
Oltre a Föhn ho pubblicato Soraya, la biografia di una nota sensitiva, e La lunga adolescenza di Luca, un romanzo autobiografico. Sto per dare alle stampe Alvise Vendramin, di cui parlerò più avanti. Ho pubblicato anche racconti e un romanzo sotto pseudonimo. Vediamo se riuscirete a smascherarmi.
Perché ho scritto La lunga adolescenza di Luca, un romanzo autobiografico
La lunga adolescenza di Luca è un romanzo autobiografico che parla di me.
Parla delle esperienze che ho vissuto, delle persone che ho creduto di amare e di quelle che mi hanno danneggiato. In molti casi, sono state le stesse.
È il racconto di anni difficili ma fondamentali, quelli in cui si forma l’identità individuale e sociale che ci accompagnerà per tutta la vita: l’adolescenza.
La mia adolescenza è iniziata quando avevo dodici anni ed è terminata a ventotto. Se leggerete questo libro, scoprirete il perché.
Trauma, paura e fragilità
Questo romanzo è anche la storia di un bambino che ha subito gravi traumi infantili: la morte della nonna, la scoperta del tradimento del padre, il bullismo, le molestie subite fin dalla prima infanzia.
Un bambino dominato dalla paura, dall’insicurezza, dai sensi di colpa e da una scarsa autostima. Un bambino che ha passato la vita a cercare di difendersi dai cambiamenti, senza comprenderne davvero l’origine.
Solo alla fine del romanzo emerge una verità più profonda: quel modo di vivere, di reagire, di chiudersi, era anche la conseguenza di una malattia mentale, che aveva minato la fiducia nella realizzazione personale e intaccato la capacità di amare.
Resilienza e riscatto
Ma questa non è solo una storia di dolore.
È anche il racconto di una lotta senza quartiere per la sopravvivenza, della resilienza e del riscatto finale.
È la storia di chi cade e continua a cercare la luce.
Di chi attraversa il buio senza smettere di interrogarsi.
Di chi, nonostante tutto, sceglie di non adeguarsi, di non spegnersi, di essere altro.
Buona lettura.
Luca Bortolazzi